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il sito sui cerchi nel grano
articoli: Disco di Fiesto

(versione in PDF - click qui)
Disco di Festo

di Leonardo Dragoni
Cropfiles.it - 2012


Luigi Pernier si era laureato in lettere alla “Sapienza” di Roma, frequentando poi la Scuola di Archeologia. Ciò gli permise di assumere degli incarichi – per lo più a scopo formativo - presso l’isola di Creta, con la Missione Archeologica Italiana allora diretta da Federico Halbherr. Tra i due nacque una amicizia che li avrebbe accomunati anche nelle successive esplorazioni dell’isola greca.

Pernier Halbherr
a sinistra Pernier a destra Halbherr. Immagini Wikipedia


Tra queste, una in particolare eseguita nella città di Festo era destinata a rimanere negli annali. Era il 1908. Quell’anno sarebbe terminato con l’impressionante terremoto e maremoto di Messina. Ma già da aprile ci si era resi conto che si trattava di una anno speciale dal punto di vista climatico. Capitò infatti di assistere a precipitazioni nevose in mezza Europa, con temperatura di decine di gradi sotto lo zero anche dove abitualmente l’asticella fatica a scendere sottozero. Poi c’erano stati vari tornado negli States e a Parigi, le grandi precipitazioni piovose e le incredibili grandinate di giugno, mentre in Russia oltre duemila chilometri di foresta andavano bruciati in una impressionate esplosione.

Il 3 luglio era però un venerdì piuttosto abituale a Festo, anche dal punto di vista climatico. L’antica città si trova vicino al mare nella zona meridionale dell’isola di Creta, vicino Agia Triada, nella parte occidentale del tavoliere più grande e più fertile dell'isola, quello della pianura di Messara.

Niente più che un normale venerdì esplorativo quindi, per i nostri compatrioti Pernier e Halbherr, e gli altri uomini della spedizione. Stavano svolgendo degli scavi nei pressi del palazzo minoico, scoperto nel 1850 e sede di scavi e indagini di matrice italiana fin dal 1884, grazie allo stesso Halbherr e al Taramelli. Ogni mattino venivano riportate in superficie vestigia del palazzo, oggetti bronzei, vasi micenei, materiali ceramici colorati per lo più riconducibili allo stile di Kamares, tavole di libagione e varie iscrizioni in stile “Lineare A”.

E ogni pomeriggio un elegante Pernier conveniva nel punto di raccolta per esaminare il materiale archeologico rinvenuto e accantonato dai capomastri in mattinata. Quel giorno, proveniente dal vano numero otto dell’edificio centouno, prese in esame un reperto in pura terracotta di forma sferica irregolare, del diametro di circa 16 centimetri, spesso circa 16 millimetri. Sulle due facciate erano impressi 241 simboli – 45 unici che si ripetevano.

Lato A  e B dle disco di Festo
Le due facce della stessa medaglia. Immagine Wikipedia


Con ogni probabilità sono stati impressi con degli stampi sull’argilla ancora fresca. Questi simboli sono disposti a spirale in senso orario con andamento verso il centro, e suddivisi in gruppi tramite sottili linee di demarcazione. Sul lato frontale si distinguono trentuno gruppi (o parole), e sul retro trenta. Successive analisi stratigrafiche hanno determinato che questo reperto, divenuto famoso col nome di “disco di Festo”, sia stato creato attorno al 1.700 avanti Cristo (gli studiosi oscillano tra le date 1850 e 1400 a.C.).

Ma perché è divenuto famoso? Cosa ha di speciale?
Semplice: i simboli impressi sulle sue due facciate sono indecifrabili. Come fu per il manoscritto Voynich, sembrano appartenere ad una qualche forma di linguaggio o di scrittura sconosciuta.
Non è dunque possibile (come qualcuno ipotizza anche nel caso del manoscritto Voynich), che possa trattarsi di un falso, una contraffazione del Novecento, o di una burla? E che quel linguaggio non esista?
Si, è possibile. Lo sostiene tra gli altri il mercante d’arte Jerome Eisenberg. Indubbiamente sarebbero opportuni ulteriori approfondimenti, come ad esempio un esame alla termoluminescenza. Ma quella del falso è una ipotesi in questo caso piuttosto remota. Per due fondamentali ragioni. La prima è che i documenti dello scavo originario sembrano lasciare spazio a pochi dubbi, tra tutti gli archeologi, i quali tendono a considerarlo un reperto assolutamente autentico del 1.700 a.C. circa (come conferma l’esame stratigrafico). La seconda è che un linguaggio simile sembra essere stato ritrovato successivamente (1934) in un altro reperto scoperto dall’archeologo Marinatos, noto come “Ascia di Arkalochori” (databile tra il 1500 e il 2000 a.C.). Arkalochori è un piccolo villaggio della Creta centro-orientale, lungo la strada che da Candia conduce a Vianno. Fu per primo Giuseppe Hatzidakis ad esplorare la grotta all’interno della collina del Profeta Elia. Alla fine degli scavi, casualmente dei ragazzini trovarono per gioco una bipenne d’oro nelle immediate vicinanze. Prima che i contadini facessero scempio del luogo in cerca di altre asce d’oro, intervenne Spiridon Marinatos, allora direttore del museo di Candia, fermando l’assalto e ordinando nuovi scavi. Da questi ultimi emersero molte bipenne d’oro, d’argento e di bronzo, anche di enormi dimensioni. Una in bronzo, in particolare, presentava quindici simboli che richiamavano in parte alcuni simboli rinvenuti su una brocca (circa 2000 a. C.) nella necropoli di Mallia (due simboli in particolare sarebbero identici), e in parte richiamavano proprio i segni trovati sul disco di Festo. Si tratta tuttavia di una somiglianza rinvenuta in questo solo caso, e inoltre piuttosto parziale, molto discussa e non risolutiva. Ripercorrere qui i principali studi e tentativi di decifrazione svolti negli anni da vari ricercatori e archeologi è cosa pressoché impossibile. Come pure eccessivo sarebbe dare conto in maniera dettagliata di tutte le posizioni e opinioni in campo, essendo moltissime, molto articolate, e quasi tutte conflittuali o non-convergenti. Probabilmente le incisioni sul disco non rappresentano neppure dei segni alfabetici, bensì è probabile che si tratti di una sorta di scrittura sillabica, pittografica, o una logografia. Ma se fosse davvero di quell’epoca perché mai i minoici non avrebbero dovuto utilizzare la loro abituale forma di scrittura (ad esempio il “Lineare A”)? Anche a questa domanda non è facile rispondere. Immaginiamo lo stupore e la stizza di un Pernier che, di fronte a quel disco con incisi dei simboli incomprensibili, si sia scervellato per comprendere cosa diavolo fosse. Non immaginava certo che oltre un secolo dopo l’umanità si stesse facendo le stesse domande che si fece lui quel giorno. È opinione diffusa, nella comunità scientifica, che in mancanza di nuovi reperti che possano confrontarsi significativamente con questo disco, qualsiasi tentativo di decrittazione sia destinato a fallire.
Perfino l’utilizzo di questo disco sembra avvolto in un mistero insondabile. Era un oggetto di culto? Religioso? Le incisioni potrebbero descrivere dei rituali? Rappresentare una liturgia? Dei canti? Poteva invece essere la tavola di alcune operazioni matematiche, o di un gioco da tavola antilitteram? Anche da questo punto di vista ci sono numerose speculazioni e ipotesi, più o meno fantasiose o al contrario solide, più o meno affascinanti, ma nessuna risolutiva.

A complicare ulteriormente le cose, non sappiamo se si tratta di un artefatto realizzato a Creta con l’argilla locale, oppure – come altri ritengono – proveniente da altre parti del mondo, o da altre parti della Grecia. Inoltre sui simboli stampati si possono notare delle correzioni, verosimilmente posticce, di cui però sappiamo troppo poco.

Questa apparente impossibilità di addivenire a una soluzione, finisce per collocare questo reperto unico al mondo nella categoria dei misteri tra i più affascinanti di sempre.


Articolo di Leonardo Dragoni,
direttore del sito www.cropfiles.it e autore dei libri “La verità sui cerchi nel grano. Tesi e confutazioni di un fenomeno discutibile. (Alvorada 2011); Storia dei cerchi nel grano. Le origini (YCP, 2013)
Ulteriori articoli di approfondimento disponibili nella apposita sezione del sito.



ALCUNE FONTI

- http://www.antika.it/008191_disco-di-festo.html
- http://it.wikipedia.org/wiki/Disco_di_Festo
- http://users.otenet.gr/~svoronan/phaistos.htm
- http://std.dkuug.dk/jtc1/sc2/wg2/docs/n3066.pdf
- http://themodernantiquarian.com/site/10857/phaistos.html#fieldnotes
- E. G.Madau: "Il disco di Phaistos- un nuovo approccio e sua traduzione" (zonza editori, 2007)
- Roberta Rio : New Light on Phaistos Disc, AuthorHouse, 2011
- Louis Godart, Il disco di Festo. L’enigma di una scrittura, Einaudi, Saggi, Torino 1994

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