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articoli sui cerchi nel grano
Cerchi nel grano e business. Quale legame?

(versione in PDF - click qui)
L.D - @ Cropfiles.it

Cerchi nel grano e business. Quale legame?



Un recentissimo articolo comparso sull’edizione online de “La Nuova Provincia” (quotidiano di Asti e provincia) viene significativamente inserito nella categoria “Eonomia e lavoro”, e già dal titolo si comprende chiaramente perché: “Il cerchio nel grano a Robella? Vale 500mila euro”.

visitatori del crop circle di Robella del 2013
(www.lanuovaprovincia.it...)

Complimenti dunque al team guidato dal dott. Francesco Grassi, che – anche se il giornale non lo menziona - ne è l’artefice. Riguardo la cifra indicata (500.000 euro) bisogna dire che la persona a cui il giornale ha affidato il calcolo (professor Zanola) include nel computo la perdita dell’intero raccolto di tre ettari (mentre i circlemakers gliene hanno rovinato solo una parte) da vendersi a un prezzo di mercato piuttosto generoso. Include inoltre, e soprattutto, un indotto fatto di variegati elementi difficilmente calcolabili. Pertanto a nostro avviso la stima – come del resto lascia intuire lo stesso Zanola - risulta fortemente aleatoria e discutibile, ai limiti del provocatorio. Il punto però di cui ci preme disquisire è che i cerchi nel grano tornano ad essere accomunati in un legame apparentemente solido e fondante con i concetti di business, economia, commercio. Questa relazione, evidenziata a più riprese negli ultimi anni, merita forse alcune brevi riflessioni. Negare che il fenomeno dei crop circles (cerchi nel grano appunto) abbia una sua componente economica e commerciale sarebbe scorretto. Questa componente tuttavia ha una entità relativamente modesta, e soprattutto esiste fin dalle origini. Quando nel settembre del 1991 Bower e Chorley vennero allo scoperto confessando la loro attività, dissero ai reporter del “Today” che erano infastiditi dal fatto che alcuni ricercatori traevano profitti e vendevano libri (“Circular Evidence” di Delgado e Andrews fu un BestSeller) beandosi del lavoro altrui, senza neppure averlo compreso. Gli stessi ricercatori facevano pagare un biglietto di ingresso ai loro convegni, e alcuni avevano iniziato a chiedere perfino un finanziamento per svolgere delle ricerche in quel settore.

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CConvegni e conferenze ci sono oggi come ieri, ma il giro di soldi che coinvolge è meno rilevante di ieri, e certamente inferiore a quanto l’immaginario collettivo possa immaginare. Sono infatti convegni e conferenze che si rivolgono soprattutto a un vero e proprio popolo dei cerchi, che ha le sue regole e i suoi luoghi di culto e di ritrovo (il pub “Barge Inn”, il cafè “The Silent Circle”, ad esempio). Certo negli ultimi trent’anni la produzione televisiva, multimediale e di carta stampata è andata moltiplicandosi, tramite libri, riviste, trasmissioni, articoli di giornale, dvd, documentari, film (si pensi al famoso “Signs” di M. Night Shyamalan) e siti web che vendono riviste online o immagini aeree degli agroglifi. E’ cambiata anche la diffusione, che adesso è veramente di massa, e tramite internet e i social networks si possono raggiungere milioni di persone in pochi minuti.
Il grano è divenuto già da anni un interessante strumento pubblicitario anche per alcune importanti aziende. Forse qualcuno stenterà a crederlo, ma marchi quali “Nike”, “Pepsi”, “Greenpeace”, “Mitsubishi”, “Microsoft”, “Sky”, “History Channel”, “Discovery Channel”, e molti altri, hanno tutti lanciato una campagna pubblicitaria commissionando la realizzazione del proprio logo su un campo di cereali. Un caso analogo si è verificato recentemente anche in Italia, per il lancio su Fox Channel della serie televisiva “Fallins Skies”. Sull’homepage del sito più visitato al mondo, per una settimana, ha campeggiato il logo di “Google” elaborato in caratteri che richiamavano esplicitamente la simbologia dei crop circles. Anche un noto album dei Led Zeppelin ha come copertina la foto di un cerchio nel grano. Insomma il legame era divenuto bilaterale, il richiamo ai cerchi nel grano diveniendo uno strumento di richiamo dell’attenzione di massa.
Vero è anche che alcuni circlemakers hanno creato glifi su commissione, realizzando probabilmente qualche utile. Altri sono spesso ospiti di trasmissioni televisive, rilasciano interviste e tengono congressi, riuscendo probabilmente a produrre dei legittimi e modesti indotti grazie a queste loro capacità artistiche. Gli stessi Bower e Chorley ebbero la loro piccola e legittima parte di benefici economici dopo essere usciti allo scoperto, grazie soprattutto alle loro apparizioni televisive e sulla carta stampata. Tuttavia i circlemakers, fin dai tempi dei due artisti pensionati di Southampton, sono coloro grazie a cui questo fenomeno esiste, e probabilmente dal punto di vista commerciale sono coloro che ne ricavano meno. Un po’ come accade – con le dovute eccezioni - con gli autori di libri, i cui proventi vanno prevalentemente all’editore; o con i musicisti, la cui arte foraggia gli impresari e le case discografiche. Esiste anche un turismo dedicato a questo fenomeno: agenzie di viaggi specializzate che organizzano visite guidate nelle terre dei crop circles, partendo da ogni parte del globo. Esistono artisti che riproducono i più bei crop circles su tela, e si sta sviluppando un vero e proprio merchandising con riproduzioni su pietre, collane, ciondoli, magliette, tappeti, stuoie, calendari, e gadgets di ogni genere.
In conclusione un indotto c’è, ma risulta complesso valutarlo e quantificarlo caso per caso.

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C’è poi invece l’aspetto della perdita economica (che coincide con la perdita di parte del raccolto) per il proprietario del terreno interessato dal verificarsi dell’evento. In Inghilterra si è allora instaurato il sistema dell’ honesty box, in base al quale i visitatori del crop circle sono invitati a lasciare un’offerta simbolica per poter accedere al campo. Questa offerta in alcuni casi è stata resa obbligatoria, ed è stato imposto un prezzo minimo. Ed ecco che così anche un passivo tornava ad essere un utile, un attivo. Questa estate si è costituito nel Wiltshire il “Crop Circle Information & Co-ordination Centre”, una specie di comitato ufficiale presso cui si possono fare degli abbonamenti e delle tessere, che danno diritto all’accesso ai cerchi nel grano verificatosi nei terreni degli agricoltori che non si oppongono all’accesso dei visitatori. (ne avevamo parlato qui: http://www.cropfiles.it/community/topic.asp?TOPIC_ID=329) In Italia recentemente abbiamo assistito alla presenza di pittogrammi in terreni adiacenti a qualche attività commerciale o turistica (alberghi, gelaterie, agriturismi), che hanno tratto indubbio vantaggio dalla presenza di questi cerchi, nei paraggi dei quali – perché no - oltre all’ honesty box ci si è spesso premurati di presenziare con un banco per la vendita di prodotti locali, magliette, gadgets. Storie di ordinario opportunismo, specialmente in periodo di crisi. Parliamo, per chi non lo avesse capito, di spiccioli. Del resto esiste un aspetto commerciale ed economico sulla quali totalità delle cose che riguardano l’essere umano. Sarebbe sbagliato ridurre tutto il fenomeno dei cerchi a quella che è soltanto una sua componente accessoria, una sorta di effetto collaterale, assolutamente marginale e che peraltro esiste da sempre. Il fenomeno non nasce e non si evolve con fini di lucro, anche se qualcuno ci ha lucrato in passato, o tenta di lucrarci ancora, con modesti esiti. Gli aspetti commerciali sono la conseguenza dell’attenzione mediatica e del boom avuto da questo fenomeno nel recente passato. Trovatemi un solo tema che abbia un appeal mediatico attorno al quale non esista una appendice commerciale. Il denaro c’entra quindi inevitabilmente, ma anche indirettamente, e ormai incide in modo marginale. Ritenere che questi cerchi siano opere di puro e semplice business, sarebbe un errore grande quasi quanto quello di credere che siano opera di intelligenze aliene. Piuttosto sono opere effimere che nascono e muoiono nella natura. Qualcuno ne è artefice, nessuno ne è proprietario. Non avranno mai un prezzo.



Leonardo Dragoni
www.cropfiles.it


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